Candidatura per tempi incerti

Francesco Agatensi – Diocesi di Forlì-Bertinoro

Questa sera Francesco presenterà al vescovo di Forlì-Bertinoro la domanda per essere ammesso tra i candidati al ministero presbiterale. Questa la sua testimonianza.

Fa parte di ciò che chiamiamo normalità il fatto che, all’avvicinarsi della sua candidatura, ad un seminarista venga chiesto di scrivere due righe da inserire nella pagina dedicata al seminario nel giornale diocesano. Ed io da bravo seminarista vi avrei volentieri scritto che il nome proprio della candidatura è “Ammissione fra i candidati all’ordine del diaconato e del presbiterato”; che essa consiste in un semplice rito in cui il Vescovo con le sue parole rende partecipe la comunità diocesana che un ragazzo di cui i formatori “hanno dato buona testimonianza” è pronto a rendere nota la sua volontà di portare a termine il percorso di formazione; vi avrei poi raccontato dell’emozione al pensare di rispondere alla domanda del Vescovo con un “sì, lo voglio”; di quanto questa risposta segni un punto importantissimo nel mio cammino di discernimento di questi cinque anni … vi avrei scritto tutto questo e anche altro, soprattutto vi avrei invitato a partecipare, ma ciò che è normalità in questi giorni pare sfaldarsi.

Vi scrivo infatti dopo aver vissuto l’esperienza dell’isolamento dovuto alla positività al Covid19, della preoccupazione per i miei familiari e del dolore della perdita di una cara nonna. E allora? Cosa ha senso raccontare della candidatura di un seminarista nell’ora che stiamo vivendo? Vi confesso un certo spaesamento, dal quale però viene la prima considerazione, cioè che in quest’ora forse non è utile un tipo di soluzione che spesso ci è così cara, cioè quella di comprendere la realtà attraverso slogan semplificanti. In seminario questa cosa si impara bene ed è preziosa: ad un certo punto occorre avere il coraggio di ascoltare il silenzio.

La seconda questione riguarda il tempo. In quei giorni ho sperimentato cosa significa vivere un giorno alla volta e quanta saggezza sia rinchiusa nell’evangelico “ad ogni giorno basta la sua pena”.

Il terzo e ultimo pensiero si esprime in una buona notizia: ogni ora è l’ora di Dio. Non esiste realtà in cui Egli non apra un sentiero. Ultimamente mi sono trovato spesso nel momento della paura a parlargli come quel bambino che rimane nascosto in ogni uomo e donna, e a rivolgergli quelle richieste da bimbo che sono poi le più urgenti dell’umanità: salva i miei cari, stammi vicino, dove sei? … ma se le domande sono di un uomo-infante che cerca una presenza consolante, le risposte che Egli cela nella realtà sono per la persona maturata nel coraggio di scegliere. Scegliere principalmente l’assenso alla presenza del Signore Gesù nella Storia e nella propria Storia. In effetti ora che ci penso tutto questo ha molto a che fare con la candidatura: quel “sì lo voglio”, un sì ancora piccolo per la comunità ma molto grande per me, è possibile solo in quanto afferma ancora una volta che la morte, così presente a noi in tutte le sue gradazioni in questi giorni, non è mai l’ultima parola in questa affascinante faccenda che è la Storia.

Francesco Agatensi

Un prete fra cielo e terra

don Fabrizio con papa Francesco all’arrivo all’aeroporto di Milano Linate (foto da internet)

Se in questi giorni possiamo avere la gioia di custodire l’immagine della Madonna di Loreto nella cappella del nostro Seminario, lo dobbiamo alla disponibilità di don Fabrizio Martello, prete della chiesa di Milano, cappellano dell’aeroporto di Linate e coordinatore della peregrinatio dell’immagine lauretana in questo Giubileo.

Non capita tutti i giorni di incontrare un prete che vive il suo ministero in un aeroporto, contesto che molti sociologi definiscono un non-luogo, definizione che fa andare don Fabrizio su tutte le furie, forte della sua decennale esperienza pastorale.

Dell’aeroporto, per i non addetti, c’è una percezione falsata, perché pensiamo soprattutto ai viaggiatori che vi transitano in modo più o meno occasionale; ma l’aeroporto è una realtà molto concreta, dove ogni giorno migliaia di persone si recano a lavorare (a Linate sono ottomila, a Fiumicino sessantamila).
“Don Fabrizio, insomma, dicci cosa fa un cappellano di aeroporto?”
Lui sorridendo risponde: “Tiene alto il morale della truppa!”

Con queste persone che lì lavorano e operano don Fabrizio è chiamato a costruire l’esperienza di una comunità, valorizzando la tessitura di relazioni che nascono dalle situazioni più disparate.
Nella sua testimonianza don Fabrizio ci ha parlato della cappella aeroportuale come di una realtà ecclesiale vivace, con gruppo numeroso di persone che partecipa fedelmente all’eucaristia infrasettimanale (mercoledì alle 13,00 – in pausa pranzo).
Ci ha raccontato dei chilometri che macina ogni giorno, per passare da una parte all’altra dell’aeroporto, per poter incontrare le persone che lavorano nei vari settori; di come il suo servizio sia fatto di prossimità, di amicizia, di condivisione fraterna dei momenti informali.
Ci ha raccontato di come sia importante farsi trovare in ufficio quando gli altri sono in pausa (dalle 12 alle 14), perché è proprio quello il momento in cui qualcuno ti viene a cercare e magari chiede di confessarsi.

Questo ministero così particolare – ci ha confidato – è nato in un momento di crisi e da una proposta illuminata del card. Tettamanzi, che, conoscendo la sua esuberanza, lo ha visto come la persona più adatta per esercitare il ministero sacerdotale in un luogo così diverso da una parrocchia. Don Fabrizio si è lanciato con entusiasmo in questa missione e si è trovato subito a suo agio.

Abbiamo visto in don Fabrizio un prete contento del suo ministero e del suo essere prete. Lo abbiamo riconosciuto attento ai bisogni della sua gente e pronto a donarsi con fantasia e coraggio, capace di creare legami di amicizia con coloro che il Signore gli pone accanto.

Don Fabrizio è anche uno che guarda lontano, che vive di orizzonti grandi.
Il suo ministero gli consente di viaggiare e di conoscere altre realtà da cui, come lui sostiene, tutti noi possiamo imparare molto, soprattutto da quelle più lontane, da quelle esperienze di Chiesa in cui essere cristiani rappresenta una scelta che comporta impegni e sacrifici.

Oggi, 11 dicembre, nel giorno del nostro incontro, don Fabrizio ricordava il sedicesimo anniversario di ordinazione presbiterale. Desideriamo augurargli ogni bene e di custodire sempre quell’entusiasmo apostolico che ha saputo comunicare anche a noi.

Il sito della cappellania aeroportuale di Linate: www.voladadio.it 

Don Fabrizio nell’incontro on line con il nostro Seminario

Generazioni di (ex) seminaristi a confronto

Un po’ meno di trenta preti delle varie diocesi afferenti al Seminario regionale hanno risposto all’invito che avevamo lanciato per un confronto tra seminaristi di oggi e di ieri; tra loro preti più o meno giovani e anche un vescovo.
Non volevamo scadere nell’ “amarcord” come siamo tentati di fare quando ci rivediamo; non volevamo scivolare sul piano inclinato della nostalgia dei tempi (bei?) passati, ma, come cercatori d’oro, dopo un certo tempo di esperienza ministeriale volevamo riconoscere il dono prezioso che il Seminario ci ha fatto. Cosa mi è stato davvero utile?

Dal confronto è emerso che il dono più grande ricevuto dagli anni del Seminario è stata la fraternità vissuta con altri seminaristi provenienti da realtà diverse, premessa essenziale per entrare nel presbiterio e fare i conti con le diversità di cui gli altri sono portatori. Questo incontro è stato tanto più significativo, quanto più era forte il senso di appartenenza alla propria diocesi e “l’orgoglio” di essere destinati ad un determinato presbiterio.

Il secondo dono che molti hanno sottolineato è stato il cammino spirituale vissuto in Seminario e, soprattutto, l’accompagnamento dato dai direttori spirituali. In quegli anni si è formata una vita spirituale che ha messo fondamenta solide, capaci di sostenere e aiutare a crescere negli anni successivi.

Il terzo grande dono che diversi hanno condiviso è stato il percorso di studio, che ha consentito di fare propri i fondamentali per una riflessione adulta sulla fede. Non sempre questo studio si rivelava ben connesso con le esperienze di impegno  pastorale che appassionavano molto e che si riteneva fossero il vero banco di prova di quanto si studiava; alla lunga, però, molti hanno riconosciuto di aver ricevuto contributi significativi.

Un contributo a parte nella condivisione è venuto da coloro che in Seminario hanno vissuto l’esperienza di formatori, soprattutto nel ruolo di vicerettori. Molti di loro si trovavano alla prima esperienza ministeriale e in seminario hanno potuto vivere una vera fraternità con altri presbiteri chiamati a condividere il servizio formativo, premessa importante per vivere la comunione nel proprio presbiterio diocesano.

La testimonianza di don Daniele Busca della diocesi di Bologna che, non potendo partecipare ci ha fatto pervenire per iscritto (da scaricare): don Daniele Busca

Il video dell’incontro (10/12/2020) tra i seminaristi e gli ex alunni del Seminario regionale