Parola per ripartire

Video della III Veglia quaresimale dei Giovani della diocesi di Bologna

Giovedì 25 marzo, festa dell’annunciazione del Signore, abbiamo partecipato alla terza veglia quaresimale organizzata dalla Pastorale Giovanile di Bologna. Il tema del percorso era “Parola per ripartire” e la parola di questa serata era “cura”.

Abbiamo pensato di dare la nostra disponibilità per animare la veglia con il canto e don Giovanni ci ha chiesto anche di portare delle testimonianze positive sul tema della cura. Ci siamo riuniti e abbiamo pensato di portare le testimonianze di due presbiteri delle nostre diocesi che avessero vissuto la cura degli altri come elemento caratterizzante il loro ministero o che avessero vissuto l’esperienza della cura da parte di altri.

La prima testimonianza riguarda don Giovanni Fornasini, prete di Bologna, ordinato nel 1942 e ucciso il 13 ottobre 1944 dai nazisti perché aveva cura della sua gente nella parrocchia di Sperticano in comune di Marzabotto. La storia di don Giovanni, che nei prossimi mesi sarà proclamato beato, ci è stata narrata da don Angelo Baldassarri, anche lui prete di Bologna, che ha molto studiato la vicenda dell’eccidio di Monte Sole e soprattutto il ruolo dei preti che lì sono stati uccisi (A. Baldassarri, Risalire a Monte Sole. Memorie e prospettive ecclesiali, Marzabotto (BO), 2019, ed. Zikkaron).

La seconda testimonianza riguarda l’esperienza di don Alessio Alasia, parroco a Riccione (RN), che, nonostante la sua giovane età, nella prima ondata della pandemia si è ammalato gravemente a causa del Covid, fino a finire per cinque settimane in terapia intensiva; risvegliatosi ha fatto l’esperienza della cura che tante persone, soprattutto i medici e le infermiere del reparto di terapia semi-intensiva di Rimini, hanno avuto per lui, uscendo da quella vicenda con un’esperienza straordinaria.

Una cura data, per vivere pienamente l’essere prete, e una cura ricevuta per imparare ad essere grato per l’amore che si riceve e riversarlo su coloro che il Signore ti affida…

Nel video integrale della veglia, dopo una bellissima introduzione curata dai giovani della PG di Bologna, si può seguire il commento del card. Zuppi al Vangelo dell’unzione di Betania e, dal min. 29,45 il video con le testimonianze curate dai seminaristi del nostro Seminario regionale.

La via crucis del Myanmar

Nel tempo di quaresima, ogni venerdì sera è caratterizzato dal digiuno e dalla via crucis preparata a turno da un gruppo.
Questa sera però abbiamo accolto l’invito – diffuso anche da Avvenire – di partecipare alla veglia di preghiera per la pace in Myanmar.
La veglia è stata organizzata dall’editrice EMI, dal PIME e da AsiaNews ed ha visto la partecipazione on line di più di mille persone collegate via internet da tutto il mondo. Insieme a tutti questi fratelli e sorelle riuniti in preghiera, abbiamo vissuto la passione del popolo birmano che subisce oppressione, violenza e ingiustizia.

Tre le testimonianze principali della serata, tutte di nazionalità birmana: suor Ann Therese, suor Ann Rose e il diacono Ba Oo del Pime; suor Ann Rose è la religiosa che si è inginocchiata davanti ai poliziotti che stavano percuotendo dei manifestanti pacifici. Qui la sua testimonianza video

Quello che ci ha più colpito è la richiesta di preghiera per tutto il popolo e per la conversione dei militari che, in questo momento, stanno facendo uso di una violenza brutale contro il popolo birmano che manifesta pacificamente.
L’attenzione dei testimoni va soprattutto ai giovani, dei quali viene detto il coraggio e la perseveranza nel chiedere giustizia, democrazia e pace. Più di sessanta persone uccise dalla polizia e dall’esercito; più di duemila persone scomparse o arrestate in quanto oppositori politici, migliaia di persone ferite e malmenate; un paese bloccato dagli scioperi vissuti come opposizione civile e nonviolenta al golpe dei militari. Questa è la via crucis che abbiamo vissuto in questo terzo venerdì di quaresima.

Ha concluso la serata il card. Zuppi con un intervento che, riprendendo varie frasi del Papa, tratte soprattutto dai discorsi dell’ultimo viaggio in Iraq, ha riproposto quella bella immagine dell’essere artigiani della pace.

Dalla Puglia a Bologna per il VI anno

Matteo e Nazario nel pellegrinaggio a san Luca nei primi giorni a Bologna

“Benvenuti al nord” si potrebbe titolare questo articolo, ma sarebbe un vergognoso plagio ad un mio corregionale che così ha titolato un suo film. Ma forse è proprio merito di quel film se posso riconoscermi nel vissuto del protagonista.

Mi chiamo Matteo Agostino e sono un seminarista pugliese, della diocesi di San Severo, al sesto anno di formazione. Era agosto 2020 quando, incontrando il mio vescovo, mi è stata offerta l’occasione di frequentare il sesto anno di formazione in compagnia di Nazario, mio fratello condiocesano, nel Seminario Regionale Flaminio. Accolta con sorpresa, ma anche con entusiasmo. Un desiderio che nutrivo da un po’ di tempo, allargare i confini. Desiderio che è nato dall’aver condiviso tratti di cammino in seminario a Molfetta con altri fratelli provenienti da diverse parti del mondo. Facendo le dovute proporzioni, essendo Bologna appena più vicina di Giacarta, l’ho letta come un’opportunità che andava proprio in quella direzione.

Una volta, un prete missionario mi disse che la prima cosa da fare in missione è imparare la lingua, e che per farlo bene e in fretta è necessario provare a vedere il mondo con i loro occhi. Lo stesso annuncio, senza questo passaggio potrebbe risultare infruttuoso. Annuncio che diventa scambio di ciò che a ciascuno sembra di aver capito sulla verità. È con questa convinzione che ho fatto la valigia e sono partito.

L’emergenza che viviamo da ormai un anno, ha reso più chiara un’altra caratteristica della vita missionaria: la precarietà. La non piena progettabilità della vita, che se vissuta come occasione, diventa manifestazione della volontà di Dio nella nostra vita. Nei fatti, questo è significato un netto cambiamento di programma rispetto a quello stabilito in settembre. Prevedeva la permanenza in seminario nei primi tre giorni della settimana, per poi passare il resto del tempo in parrocchia. Nazario ed io infatti siamo stati affidati a due parrocchie della città di Bologna, rispettivamente Santi Savino e Silvestro, e San Paolo di Ravone.
Ben presto, avviando una riflessione con il rettore, ci siamo resi conto della problematicità che la convivenza in due comunità differenti, seminario e parrocchia, comportava. Da qui la scelta di stabilirsi in parrocchia continuando a seguire i corsi previsti a distanza.

Per entrambi si è rivelata una grande occasione di crescita e di recupero di una vita più ordinaria che il seminario, per certi versi, non consente. Occasione per costruire un clima di fraternità sempre più autentico con i rispettivi parroci e cappellani, basato su una conoscenza che si approfondisce giorno dopo giorno. Riteniamo di essere cresciuti anche in merito alla gestione del tempo che ora è lasciato quasi del tutto alla responsabilità personale. Nell’iniziale incapacità di gestire tutto il da farsi è emerso il bisogno di un’organizzazione delle giornate più consapevole e autonoma. Di grande aiuto è stato osservare ed imitare le buone abitudini dei fratelli maggiori presbiteri.

Riguardo allo specifico del servizio pastorale, nel quale ci siamo inseriti, ogni incontro che facciamo diventa formativo. Dai gruppi giovani, alle corali, a coloro che immancabilmente partecipano alle liturgie di ogni giorno, nonostante molti di essi in età matura e perciò più vulnerabili al virus.

Per scendere nello specifico di un’esperienza, che mi sta dando molto, è partecipazione all’attività scoutistica nel gruppo scout Bologna 1. Lo sforzo di progettare ogni iniziativa ascoltando, per quanto possibile, la voce di ciascuno, è sicuramente un insegnamento che lo scautismo può consegnare a tutta la Chiesa. Questo e i volti che ho incontrato, sono le due ragioni fondamentali che mi hanno spinto a chiedere di fare la promessa scout. Richiesta accolta con entusiasmo dalla comunità capi. Hanno voluto farmi questo dono lo scorso 21 febbraio, in occasione del Thinking day, nella meravigliosa cornice del parco del Seminario Regionale (foto qui sotto), quasi a voler creare un rapporto di continuità formativa, nella consapevolezza che non sarà l’ordinazione ad esaurirla.

A tutti buona strada, a ciel sereno.

Matteo Agostino