Curarsi… di chi?

Link per la connessione: https://youtu.be/A5n6zoWTWhE

Due volti della gratuità

Ho svolto servizio presso la Caritas diocesana di Cesena. Sono stati pochi giorni ma ho sentito che le provocazioni che il Signore mi ha lanciato sono state diverse.
Sicuramente l’accoglienza di un’équipe ben impastata mi ha aiutato a rompere alcune paure che all’inizio di ogni novità mi colgono: c’è stata apertura, curiosità reciproca ed ho notato da subito un’attenzione anche nei miei confronti.
Ho conosciuto le varie sfaccettature del servizio: davvero un mondo variegato che spazia dall’accoglienza nei centri di ascolto, all’assistenza legale delle persone senza fissa dimora; dall’offerta di dormitori stanziati localmente al servizio mensa per i poveri; dalla preparazione di alcuni pacchi alimentari all’accompagnamento nell’inserimento lavorativo; dallo smistamento di vestiario alla presenza di alcune strutture residenziali in cui si accolgono i più bisognosi. In questa “full immersion” ho potuto sciogliere la varietà di un mondo che troppo spesso è relegato ad alcuni stereotipi idealistici o pessimistici. Ho capito che la persona non è solo degna di ricevere un aiuto in senso assistenziale ma è colei che va certamente ascoltata e con la quale occorre pensare, impostare e incarnare un progetto educativo per l’acquisizione delle autonomie e per l’integrazione nel micro e macro contesto sociale. La tensione tra assistenza ed educazione è costitutiva del progetto pastorale della Caritas e quindi non manca mai la sensibilizzazione e l’armonizzazione -secondo principio di sussidiarietà- delle diverse realtà territoriali come parrocchie, enti locali, cooperative, associazioni e movimenti di ispirazione cristiana e non.
Il Signore mi ha affiancato a persone dalle grande qualità umana e dalla capacità di tenere insieme una certa competenza professionale -che non deve mai mancare a chi è impegnato nel mondo del sociale- e un’attenzione globale alla lettura dei bisogni della persona considerata in tutte le sue dimensioni, anche quella spirituale. Ho potuto comprendere quanto sia importante non limitarsi ai meri “compiti d’ufficio” ma saper anche intuire spazi più creativi nell’accoglienza e nel rapporto con chi presenta determinati bisogni o chi invece quei bisogni ancora non li accetta per paura o per vergogna. Ho colto quindi la gratuità come modus operandi anche in chi di fatto è stipendiato. La speranza che poi da il ritmo e il senso alla quotidianità della Caritas è sempre il confronto con la persona ed il modello di Gesù buon pastore, vero maestro e padre misericordioso: mai eliminando la tensione tra queste diverse dimensioni di un Dio che è amore. Enrico Venturi / Cesena-Sarsina

Ho vissuto la mia settimana di pastorale tra la parrocchia di servizio e qualche passaggio dalla casa dei miei genitori… fino a qui niente di speciale. Se dovessi trovare qualche parola che caratterizzi quei giorni, direi la gratuità, il regalo ricevuto in alcuni incontri.
Gratuità, regalo, dono sono parole usate di frequente che dicono la sorpresa, il pensiero di un altro nei miei confronti che si concretizza, che «diventa ciccia» in tempo, oggetti, cura, attenzioni. Il punto che intendo sottolineare, perché lo riconosco in me, è quando questa gratuità non è riconosciuta, quando il dono è dissolto dallo scambio, dal pensiero che mi sia dovuta perché io sono bravo, perché sono seminarista, perché quella persona me lo deve per il ruolo che ha. Provo a tratteggiare qualche incontro…
È stato molto bella la mattina trascorsa a pescare con l’ex parroco della mia parrocchia di servizio. Sarà che era qualcosa che esulava dalle cose che immaginavo che un prete può fare assieme ad un seminarista. Mi ha dato proprio il sapore di normalità di vita, di passione verso un hobby “umano”, di trascorrere una mattina insieme, con silenzi sereni, non imbarazzanti. Ed ho pescato anche 4 trote!!
Ricordo con piacere l’invito di un amico che mi ha accolto con una squisita cenetta da lui preparata nella sua nuova casa e nella sua nuova pagina di vita che sta intraprendendo. Anche questo incontro sapeva di regalo, sia per la semplicità che per il dono che è stato il semplice trascorrere tempo insieme.
Chiudo prendendo in prestito le parole di un filosofo contemporaneo incontrato nello svolgimento della mia tesi, Jean-Luc Marion che afferma come «il dono può essere ricevuto solo se dona se stesso, altrimenti non meriterebbe più questo nome». Ovvero un dono, un regalo, che ricevo, affinché lo possa ricevere come dono, lo devo ri-donare. Se sono il finelinea di un qualcosa che chiamo dono, bè… lo faccio morire come dono ed esso muore con me. Solo il ri-donarlo mi permette davvero di riceverlo! Aiutami Signore in questa quaresima a ridonare… per accogliere quanto donato da Te. Riccardo Bacchilega / Imola

Scendendo dal monte: in parrocchia

Nei giorni dopo la sessione di esami i seminaristi, invece di fare il consueto tempo di vacanza, hanno dedicato una decina di giorni in esperienze di servizio pastorale in full immersion condividendo la vita delle case parrocchiali con i presbiteri che li hanno accolti. Qui alcuni dei loro racconti
(pagina in ampliamento man mano che arrivano le testimonianze).

Dal 6 al 16 febbraio noi seminaristi, terminata la grande scorpacciata di esami, siamo tornati nelle nostre diocesi d’origine. Per me c’è stata l’opportunità e la gioia di tornare nella mia diocesi di Sulmona-Valva in Abruzzo. Ho gustato con profondità questi giorni trascorsi nella mia terra, vissuti in semplicità, dato le attuali condizioni della pandemia e i molteplici casi di contagio presenti sul territorio. Sono stato molto in parrocchia e ho avuto modo di confrontarmi al fianco del mio parroco riflettendo tanto sulla situazione che oggi le parrocchie stanno vivendo, in particolar modo parlo della mia diocesi ma comunque è una situazione abbastanza generalizzata, che va dal grande calo di partecipazione dei fedeli, alla grave crisi economica che si è moltiplicata fra le famiglie costringendole, anche con profonda umiliazione, a bussare alla porta delle caritas parrocchiali per chiedere un aiuto. Ciò che mi ha colpito di più, è stato vedere l’umanità e allo stesso tempo la grande impotenza di un uomo il parroco che oggi, più che mai, si trova ad affrontare un momento storico in cui sembrano non finire più i problemi, dove ha pochi mezzi per risolverli, ma prova a spendere la propria vita al servizio di tutti coloro che il buon Dio gli mette di fronte, affidandosi in ogni momento a Lui con semplicità e fedeltà duratura, questa è una cosa che mi è sempre piaciuta e mi ha colpito molto del mio parroco.
Porto nel cuore altri momenti belli, diversi incontri e dialoghi con alcuni miei amici e compaesani, ho avuto anche la gioia di incontrare il mio Vescovo che mi riserva sempre belle parole, ho incontrato anche diversi Sacerdoti. Ringrazio Dio per questi momenti, per me molto attesi, che mi riserva di vivere in cui sento l’affetto della mia famiglia ma anche di tanta gente del mio paese che mi ha visto crescere, e che sento come mi dimostra molto affetto. Michele De Simone/ Sulmona

Questi dieci giorni in parrocchia per me sono stati da una parte rompere con la routine del seminario e dall’altra parte una presa di coscienza su ciò che vive un presbitero nel 2021. Quello che mi porto dietro da questo giornate è innanzitutto il rapporto con il parroco. Lui vive da solo e stare in canonica con lui ha rappresentato per entrambi la ricerca di un equilibrio nelle tempistiche ed ascolto reciproco delle richieste. Non solo. Per me è stato molto arricchente, il confronto su vari temi riguardanti la parrocchia ma in generale la chiesa. Inoltre è stato molto istruttivo anche il suo modo di relazionarsi alle persone, e alla vita di fede. Una cosa che ho apprezzato è stata l’accoglienza. La stanza pulita, la voglia di raccontarmi come funziona la parrocchia, il fatto di presentarmi alle persone. Mi ha fatto sentire accolto in un luogo che mi stava aspettando.
Oltre la relazione con il parroco, ci sono stati gli incontri con gli educatori, catechisti, il coro, gli scout, i volontari della Caritas e parrocchiani vari. In questi incontri ho cercato soprattutto di ascoltare per iniziare a conoscere le persone che avevo di fronte a me.
La nota negativa è che le giornate erano vuote di impegni e c’è stato molto tempo libero. Ho cercato di stare spesso nel salone parrocchiale così che se c’era qualcosa da fare potevo rendermi disponibile. Cercare di farmi prossimo a chi mi arriva incontro. Questo mi ha fatto riflettere sulla povertà del prete diocesano, che non ha famiglia ma questo gli permette di essere libero proprio per chi in quel momento ha bisogno. Altro aspetto importante di questi giorni è che sono emersi i miei limiti personali come ad esempio la timidezza e la poca personalità, aspetti che vengono fuori più spesso in questi ambienti. Tutti questi elementi mi danno la consapevolezza più chiara su cosa devo lavorare. Ecco ora il ritorno in seminario è caratterizzato da questa breve esperienza, che mi fa essere un po’ più cosciente su quegli aspetti da tenere in considerazione nella mia formazione. Andrea Aureli / Bologna

La mia esperienza in parrocchia si concretizza, specie in questo tempo, nel catechismo, nella preghiera con i ragazzi, nel tempo passato con il parroco e, in misura minore, con il cappellano. Don Francesco è capace di rivolgersi alle persone con ironia e questo viene apprezzato e, anche a me, sembra un modo efficace per stare tra la gente; insiste sulla preghiera con gli anziani e coinvolge i giovani con l’amicizia o con l’insistenza. Mi sembra che sia benvoluto.
Quando parliamo assieme capisco le differenze tra la Chiesa che vivo in seminario e la Chiesa che ruota intorno alla parrocchia, facce diverse della stessa moneta.
Con lui mi trovo bene, è bello conoscere attraverso i suoi racconti le attività della Pastorale Giovanile (di cui è responsabile) nel territorio diocesano.
Nel modo di fare è brusco ma nei fatti premuroso, nulla mi è mancato da quando sto da lui.
Incontro di rado don Mattia, il cappellano, e comunque solo tra una messa e l’altra. Quando abbiamo cenato insieme mi ha fatto piacere potergli parlare alla pari, anche se averlo avuto come superiore mi congela un po’.
Nel borgo l’ospitalità è davvero unica e sono debitore per l’accoglienza che mi riservano i parrocchiani, i collaboratori di don Francesco per primi, e i ragazzi che ormai danno per scontata la mia presenza e, se manco un giorno, se ne accorgono.
Penso che la comunità di santa Maria Maddalena sia abbastanza giovane e liquida: mi riesce facile mescolarmi tra i catechisti e i ragazzi.
Il mio servizio si concentra praticamente nella catechesi ai più piccoli (IV elementare), ovvero ai bambini che si preparano alla Prima Comunione. I catechisti che collaborano con me sono una mamma non più giovane, un ragazzo down e cinque diciassette-diciottenni.
Da quando sono arrivato don Francesco mi chiede di fare sevizio alla messa parrocchiale. All’inizio era una novità perché non faceva parte dell’esperienza precedente di parrocchia e lo vivevo con un po’di imbarazzo. Ultimamente, sto pensando che sia un modo per raggiungere una classe sfruttata e poco coltivata col Vangelo: i chierichetti.
Ci sono alcune donne della parrocchia con le quali facciamo colazione dopo la prima messa della domenica.
La parte più interessante della comunità sono i giovani all’incirca della mia età; con alcuni di loro è nato un rapporto di amicizia, con altri si è consolidato.
Non so dire se il “fervore” apostolico è causato dall’esperienza pastorale ma sento crescere sempre di più la preoccupazione che la Buona Notizia non si perda nelle nostre terre. Se ho ricevuto il Vangelo per tradizione, forse ininterrotta, dagli apostoli, poi attraverso la testimonianza di tanti che l’anno coltivato e propagato fino a me, che guaio sarebbe perdere tanti secoli di fede lasciando che anche una sola generazione non conosca il Signore?
Sono molto contento dell’esperienza in parrocchia, credo che sia utile per vivere e capire qualcosa della Chiesa e del posto del pastore.
Trovarmi bene mi aiuta ad avere qualche conferma sulle scelte che ho fatto.
Non vorrei dire a motivo di questo benestare: “la parrocchia è utilissima!”. Ma non posso non considerare questo fattore. Matteo Cattani / Faenza-Modigliana