Enrico e Luca – Passi nel ministero

Luca Vezzon (sx) ed Enrico Venturi (dx) insieme al Vescovo di Cesena nel giorno dell’istituzione

Un dono imprevedibile

Sabato 28 Novembre sono stato istituito accolito dal vescovo di Cesena-Sarsina monsignor Douglas Regattieri. Si è trattato di un momento anticipato da alcune premesse particolari: la situazione della pandemia, i tempi serrati per rientrare entro le 22 a Bologna, mascherine sui volti, il primo vero freddo stagionale, la poca preparazione precedente all’istituzione…

Questi ingredienti mi hanno fatto approcciare a questo momento con poca serenità ma, ben guardandoci, mi rendo conto che è il “mio oggi” quello in cui il Signore continua a farmi dei doni. Non un domani “quando tutto sarà finito” o ieri “prima che cominciasse tutto”: ricevere il ministero dell’accolitato in queste condizioni mi ha fatto vivere alcune considerazioni che condivido.

Rispetto ad altri momenti cruciali del mio cammino formativo non ho ricevuto catechesi precedenti, non sapevo bene cosa aspettarmi dal rito e dal momento stesso. Mi ha sorpreso molto la frase dell’esortazione “ama il corpo di Cristo che è la Chiesa”: forse se ci fossi arrivato molto preparato non l’avrei assaporata o neppure ci avrei fatto caso. Anche qui colgo come la sorpresa si fa strada nel buco dell’agenda, in quello stra-ordinario che diventa dono imprevedibile, quasi fuori contesto.

Questa frase mi ha rimandato a tutti quei volti che ho incontrato sul mio cammino e che mi hanno regalato un pezzo di cielo qui sulla Terra. A questi e di questi sono grato: ciò mi sia da stimolo per le relazioni future in questo mare magnum che è la Chiesa, questo popolo di Dio così variegato.

Tra i saluti sofferti perché svolti in velocità record (causa coprifuoco) ho gustato la presenza e l’affetto di quelle persone che stanno condividendo (spesso a loro insaputa) i passi del mio cammino formativo a Bologna, a Cesena, in seminario o fuori di esso.

Conclusione: grazie per questo dono ricevuto. Mi auguro e prego perché questo ministero mi insegni a voler bene alla Chiesa e a servirla in ciò in cui sarò chiamato.

Enrico Venturi

«È Cristo che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (SC 7).

Il 28 novembre ho compiuto il mio secondo passo verso il presbiterato che prevede l’istituzione a lettore. Alcuni potrebbero pensare: “per leggere a messa possono farlo tutti”, ma il servizio che sono chiamato a compiere non è soltanto questo. Da alcune settimane mi sento chiamato e investito della responsabilità di mettere al centro della mia vita la Parola di Dio e la conseguente necessità di vivere in una perenne attitudine di ascolto. Essere lettore significa interpellarsi, lasciarsi provocare e plasmare ogni giorno su ciò che il Signore mi chiede nella vita per poi essere in grado di testimoniarlo; affinché risuoni ancora una volta l’annuncio della salvezza a tutti gli uomini. Sento fin d’ora che questo dono che mi è stato concesso sarà grande solo nella misura in cui saprò farlo entrare nella mia stessa vita, in modo da trasmetterlo alle persone che mi stanno attorno.

Al termine del mio percorso formativo in seminario mi rendo sempre più conto della gratuità e della bellezza di questa chiamata che il Signore continuamente mi rivolge. Attraverso il mistero del Natale Dio ha voluto incarnarsi in me per trasformare la mia vita: fragile e povera in un’opera d’amore per gli altri. Il progetto che Dio ha in serbo di realizzare è qualcosa che mi spaventa ma allo stesso tempo mi entusiasma e mi seduce tanto da esclamare: “Eccomi!” una risposta che mi rende ogni giorno disponibile alla chiamata di Dio.

Luca Vezzon

Ci sarà posto per loro – Natale

Tre parole vere sul mio tempo in seminario

Riccardo Bacchilega della diocesi di Imola

Riccardo, della diocesi di Imola, frequenta la quinta teologia e domenica 20 dicembre 2020 riceverà il ministero del lettorato. Qui la sua testimonianza.

Cosa considero veramente utile di ciò che il seminario di Bologna mi ha dato?
Gran bella domanda… tra queste, è stata la parola «veramente» che mi ha chiesto di andare in profondità e a pormi in uno sguardo dall’alto, d’insieme, su questi anni a Bologna.
Proverò a identificare tre parole chiave un po’ come va di moda da quando c’è papa Francesco.

Il Regionale nella sua storia ha sempre cercato di rispondere al tempo che viveva, cercando di formare pastori che aiutassero a portare avanti la missione della Chiesa.
Collocati come siamo in un cambiamento d’epoca, anche la Chiesa tenta (o è costretta) a ripensarsi mossa dallo Spirito presente nelle situazioni storiche, tra cui anche questa pandemia.
Lo stesso eco di ripensamento l’ho vissuto in seminario, in un continuo andirivieni di schemi vecchi e schemi nuovi. La fatica e il fascino della novità, la difficoltà a lasciare con criterio ciò che ha funzionato nel passato; chiedersi se gli strumenti aiutano a raggiungere il fine. Rinnovarsi. Questa è la prima parola che vorrei trattenere. Questo è ciò che mi è passato sulla pelle in questi anni. E se sarò prete neanche lì starà fatta la mia vita umana, spirituale e nemmeno staranno fatte le cose che farò.

Della formazione in seminario ne ho percepito anche la confusione e la difficoltà di individuare un modello di presbitero per una Chiesa che non conosce ancora quale forma avrà. Da una parte cerca di mettersi al riparo delineando, nella Ratio Fundamentalis del 2016, un prete super-uomo in termini di qualità umane; dall’altra cercando di dispiegare le forze migliori in termini di formatori, insegnanti, psicologi, responsabili dei luoghi di servizio, cercando il più possibile di lavorare in sinergia. Probabilmente mai come in questo tempo l’umanità del presbitero è stata così al centro delle cure di madre Chiesa.

In un certo tempo percepisco la fiducia di una Chiesa che, di fronte all’arduo compito, ha seminato anche sull’asfalto, ha sparso semente in abbondanza su di me, proprio senza badare al rischio che ne vada persa. Fiducia è la parola che vorrei trattenere.

Qualche parola su di me. Personalmente sono entrato in seminario sperando che mi venissero tolti i miei limiti, di uscirne formato, o meglio come si dice, conformato a Cristo, di raggiungere un certo livello, di stabilità, di equilibrio, di essere d’aiuto, guida.

Direi che tutto questo è fallito.

Mi ritrovo debole, forse più debole, con una fede che spesso non riesco nemmeno a dire che cos’è e una vivida coscienza della sproporzione tra la messe (non le messe) e gli operai.

Se il Signore mi vuole prete, lo attendo qui, in questa sproporzione, che umanamente mi annienta, ma con Lui può diventare vita, e vita cristiana donata.

Finalmente alla fine appaiono gli altri, i miei compagni di seminario, persone che dalle più svariate provenienze hanno intravisto una luce nella notte e, così come sono, si sono incamminati. Senza di loro non avrei potuto vivere. Mi è stato chiaro nel periodo di isolamento per positività al Covid il mese scorso. E mi è chiaro guardando al possibile futuro, anche se appartenenti a diocesi diverse (altra ricchezza del Regionale) che la vita è possibile solo «con». La vita e la vita cristiana è «vita con». Con Dio e con gli altri. «Vita con» è la terza e ultima parola che vorrei trattenere del mio percorso al Seminario Regionale Flaminio di Bologna.

Riccardo Bacchilega