Amare il Signore, la Chiesa e i fratelli che mi sono donati

Domenica 26 settembre è stato ordinato diacono per la diocesi di Rimini Marco Evangelisti. Riportiamo l’intervista che ha rilasciato per Il Ponte.

Chi sei?

Ciao, mi chiamo Marco Evangelisti, ho 26 anni e sono di Santarcangelo di Romagna. Sono entrato in seminario nel 2013 a 18 anni e il 19 settembre 2021 sono stato ordinato diacono per il presbiterato in cattedrale dal nostro Vescovo Francesco Lambiasi+.

Come ti è venuta l’idea di intraprendere il cammino per diventare prete?

Quando avevo 16 anni frequentavo il coro della parrocchia e l’oratorio Anspi, ho partecipato nel 2011 al un campo diocesano “Nephesh” di Azione Cattolica e li ho scoperto che l’amicizia con Gesù era importante nella mia vita. Ricordo ancora che in un momento di riflessione, preghiera e deserto ho avuto un’intuizione… qualcuno mi chiamava a prendere in mano la mia vita e spenderla per gli altri. Tornato a casa dal campo con questa cosa dentro avevo paura, questo desiderio di conoscere meglio Gesù dentro di me non si spegneva, fino a quando, grazie anche all’aiuto dei miei educatori e della mia guida spirituale (don Stefano Sargolini) ho maturato il desiderio di diventare prete.

Come il Signore ti ha attratto?

Attraverso la bella testimonianza della mia comunità parrocchiale e dei preti ho sentito che quel tipo di vita poteva fare anche per me, una volta entrato in seminario ho conosciuto tanti preti e tante persone in Diocesi che mi hanno sostenuto in questo cammino e ho ricevuto davvero in questi anni il 100 volte tanto di cui parla Gesù Pietro e ai suoi discepoli nel Vangelo.

Quali esperienze hai vissuto in questi anni… raccontaci un po’ il tuo cammino:

Come dicevo, sono entrato in seminario a Rimini nel 2013, ho fatto due anni di propedeutica nella comunità riminese. La propedeutica è la tappa iniziale del seminario dove si verifica e si approfondisce la propria vocazione e la propria storia. Successivamente ho frequentato il pontificio seminario regionale flaminio Benedetto XV a Bologna, dove ho studiato per 5 anni presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna e mi sono laureato nell’Ottobre 2021. In questi anni sono stato in diverse parrocchie a volgere il mio servizio da seminarista: Sant’Agostino, San Giuliano Martire-Santa Maria Maddalena, Sant’Andrea Dell’Ausa dove mi trovo attualmente. Nell’anno 2021-2022 ho vissuto a Rimini a tempo pieno, facendo un anno pastorale in parrocchia.

In questi anni ho conosciuto diverse realtà associative della nostra chiesa riminese: Anspi, Azione Cattolica e Agesci.

Essere prete oggi… cosa ne pensi?

Penso che al giorno d’oggi essere prete sia una vera e propria sfida. Mi sento dire spesso che sarà difficile… ok, è vero. Ma chi può dire di avere una vita facile? Penso che il Signore ci lasci liberi di fare le nostre scelte e di vivere le nostre vite, sta a noi prenderle in mano e far fiorire la nostra vocazione. Oggi penso che il prete sia una figura ancora preziosa, che io stimo e un domani mi piacerebbe davvero diventare un bravo prete: che ama il Signore, la Chiesa e i fratelli che gli sono donati.

La repubblica degli illusi

La fraternità presbiterale dei martiri di Montesole

di Francesco Agatensi

Monte Sole, nel comune di Marzabotto, è uno dei luoghi della memoria dei tragici eventi che hanno segnato il XX secolo[1]. Al pari di Aushwitz, Sobibor, Dakau e tanti altri siti come le Fosse ardeatine o Sant’Anna di Stazzema, per citare alcuni casi tristamente noti nella penisola italica oltre ai citati grandi luoghi di sterminio nell’est europeo; come in questi luoghi anche qui è possibile scoprire nel cuore dell’inferno «chi e che cosa non è inferno»[2]. Sono luoghi che custodiscono un tesoro che ancora va indagato e scoperto. Con questo contributo mi propongo di condividere una perla che sono contento d’aver trovato: la fraternità presbiterale di alcuni martiri di Monte Sole, giovani pastori delle piccole comunità annientate nelle stragi. Proviamo ad entrare in alcuni scorci di queste vicende.

«Don Ubaldo è il primo dei pastori di Monte Sole a mescolare il sangue con la sua gente»[3]. Come ci fanno notare diversi storici, è difficile ricostruire con assoluta precisione storiografica i dettagli della morte del giovane parroco, ordinando le diverse deposizioni dei sopravvissuti e cercando di individuare quelle sfumature che appartengono più alla commemorazione celebrativa che alla ricostruzione dettagliata dei fatti. Al di là di queste precisazioni annotiamo come, con la gente prelevata dalla chiesa e fucilata nel cimitero poco distante, senza pietà per i bambini che vennero messi nelle prime file per essere sicuri fossero colpiti, Casaglia sia divenuta, insieme alla strage degli infanti nell’oratorio di Cerpiano, il simbolo delle stragi di Monte Sole e della crudeltà incomprensibile che si verificò nelle uccisioni. Ed è simbolo anche per la memoria ecclesiale, sia per l’elaborazione dell’idea di martirio di comunità, sia per la testimonianza di pastore fedele offerta dalle scelte di don Ubaldo. Scrive Giuseppe Dossetti nel saggio da lui scritto come introduzione del libro di Gherardi, testo fondamentale per la bibliografia su questi eventi:

«Soggetto di questa storia è la comunità nel suo insieme […] le vittime di Monte Sole sono state intere comunità unite precipuamente dal vincolo religioso che le qualificava e che nell’ora estrema è emerso – con molta semplicità e senza enfasi – in modo inequivoco attraverso qualche originale e inimitabile elemento di vita, proprio di ognuna di esse, sempre caratterizzate come comunità di fede». [4]

L’idea di martirio di comunità per descrivere da un’ottica cristiana le stragi di Monte Sole è un tema caro a Gherardi; esso apre una discussione assai interessante sia riguardo al significato del martirio nella teologia sia sulla possibilità che questa categoria possa essere applicata a vittime innocenti, che certo non avevano progettato né scelto di finire la loro vita come martiri della fede. A questo si aggiunge l’interrogativo: la definizione di comunità di fede, resistenza e martirio, tiene conto di quanti, all’interno di una società contadina che fu indubbiamente cristiana, non si riconoscevano tuttavia nella fede cattolica e che magari trovarono riparo nella chiesa solo perché ritenuta un luogo sicuro? Di certo più semplice è parlare di martirio per don Ubaldo, don Giovanni, don Ferdinando, padre Elia e padre Martino, suor Maria Fiori[5] uccisi perché scelsero di restare con la propria gente. Se possiamo lasciar cadere, per una giusta delicatezza nei confronti dei singoli vissuti, la definizione di martirio di comunità, sarebbe però scorretto nei confronti di questi personaggi considerare il loro martirio come quello di eroi solitari e non come l’estrema testimonianza di consacrati e consacrata al servizio del popolo di Dio. La loro eroicità non nasce dalla loro singolarità, ma dal loro strettissimo legame con le comunità in cui erano inseriti. Approfondiremo questo aspetto fondamentale guardando un po’ più da vicino la storia di due di questi testimoni: Giovanni Fornasini e Ubaldo Marchioni. Se, come dicevamo, è difficile ricostruire gli ultimi istanti di vita di quest’ultimo, più abbondante è il materiale che ci permette di descrivere il suo ministero presbiterale, calato in un ambiente che presentava molte nuove sfide, tanto complesse quanto stimolanti per dei giovani preti. In una lettera a don Luciano Gherardi, suo compagno di seminario ed amico, egli descrive la consapevolezza di dover «conquistare quel particolare ambiente con l’umiltà e il silenzio»[6]. Quell’umiltà, che permette di silenziare il giudizio affrettato e tagliente, lo portò a riconoscere anche nei giovani che sceglievano la montagna, pur con la parresia della critica di certi modi di agire, quei figli amati ai quali era chiamato a prestare l’aiuto paterno e fraterno del suo ministero; questa vicinanza, che gli valse l’appellativo di «grande partigiano»[7] in ambiente nazifascista,  lo portò a restare saldo fino al martirio.

A questo punto è necessaria una precisazione. Leggendo l’opera di Gherardi, e diversi altri contributi provenienti da ambienti credenti, emerge un linguaggio che sembra allontanarsi da una certa serietà storiografica, quasi teso a dar voce più ai sentimenti che ai fatti. Forse questo può essere riscontrato anche nel presente contributo. Eppure l’interesse per la Storia non può concentrarsi esclusivamente sui dettagli storiografici. Poco importa se don Marchioni sia stato ucciso fuori dalla chiesa di Casaglia mentre cercava un dialogo impossibile con le SS, oppure freddato ai piedi dell’altare dopo aver distribuito il viatico ai fedeli. Poco importa sapere se il corpo era intatto o mancante di un piede. Indagare i fatti con serietà è punto di partenza imprescindibile, ma lo storico è conscio fin dall’inizio dell’impossibilità della ricostruzione totalmente esatta. Ecco perché ad un certo punto della ricerca diventa più interessante oltrepassare i meri fatti per volgersi a domande che risuonano con urgenza nell’oggi: Chi sono i carnefici? Chi sono gli innocenti? Chi sono coloro che resistono? Torneremo ancora su questo.

Don Marchioni fu il primo a testimoniare la propria fedeltà fino all’effusione del sangue. L’ultimo fu don Giovanni Fornasini. Durante tutti i lunghi giorni delle stragi fece la spola da un luogo all’altro per benedire e seppellire le salme; si recò fino a Bologna per cercare un aiuto che non ricevette; rifiutatosi di fermarsi lì dov’era più al sicuro, tornò dalla sua gente. Gli ultimi giorni sono ben descritti da Gherardi nel capitolo a lui dedicato: dopo aver evitato il sopruso su alcune ragazze durante una festa delle SS che avevano occupato la canonica, la mattina del 13 ottobre salì da Sperticano assieme al comandante tedesco al quale aveva fatto presente la gravità delle stragi compiute. Non fece più ritorno e il suo cadavere decapitato sarà rinvenuto solo dopo l’inverno dietro il cimitero di San Martino. Le circostanze precise del suo assassinio restano sconosciute, è plausibile che «l’angelo di Marzabotto», così lo soprannominarono i sopravvissuti a motivo del suo costante impegno nel portare assistenza, fu ucciso in quanto testimone scomodo. Su questo è possibile approfondire leggendo la nuova biografia di Fornasini curata da don Angelo Baldassarri e Ulderico Parente: “Far tutto, il più possibile”[8]. Anche per lui è possibile, ed è bello annotare, lo stile ministeriale. Il postino di Sperticano, Angelo Bertuzzi, così ricorda l’arrivo del nuovo parroco: venuto da noi don Fornasini, ci fu un cambiamento totale, non solo nel senso religioso, ma anche nel senso dell’amicizia»[9]; prosegue poi nel ricordare le biciclettate in compagnia di don Giovanni, il suo sorriso, la sua vita di preghiera ed il suo impegno pastorale. La canonica di Sperticano divenne antenata degli odierni centri d’ascolto della Caritas, dove si radunavano beni per il soccorso di chi si trovava nell’indigenza più totale, luogo sempre aperto ad ospitare chi si trovasse in difficoltà estrema. L’assistenza materiale non fece dimenticare l’impegno per la cultura e l’istruzione, che spinse don Fornasini a promuovere la scuola d’avviamento. Per i rapporti di don Giovanni con i partigiani vale quanto detto riguardo a don Marchioni; don Gherardi riporta la testimonianza di un prete che lo incontrò quando egli passò a salutare al seminario di Villa Revedin in occasione della sua discesa a Bologna nei giorni delle stragi, in cui il giovane prete affermò: «Io sono parroco di tutti, nessuno escluso. Anche i partigiani sono dei battezzati come i miei parrocchiani; se loro non scendono, io salgo»[10].

In questo poco esaustivo ritratto ritengo che il postino di Sperticano nella sua testimonianza abbia toccato un punto fondamentale: la dimensione dell’amicizia, costitutiva della personalità ministeriale dei martiri di Montesole. La gente li percepiva non solo in un ruolo sociale che all’epoca non poteva non essere una dimensione forte dell’essere preti, ma anche in una dimensione relazionale di profonda umanità. Essa è da rintracciare nella formazione di questi giovani sacerdoti e nella loro esperienza personale: don Ubaldo e don Giovanni sono stati compagni di seminario e sono stati amici. Questo aspetto è annotato con particolare importanza da don Gherardi, egli stesso compagno di classe dei due martiri, quando legge la storia dei singoli come «storia di tutta la classe sacerdotale[11] 1942»[12]. Una storia che ha le sue radici nella particolare esperienza del seminario montanaro di Borgo Capanne, descritto da Gherardi come un ambiente particolarmente frizzante e stimolante, forse perché lontano da quella rigida ingessatura che contraddistinse i solenni ambienti della chiesa cittadina bolognese. Fu qui però che il loro cammino comune proseguì, prima nel seminario arcivescovile di Villa Revedin, poi presso il Seminario Regionale Benedetto XV, che al tempo aveva sede in centro città, in via dei Mille. E fu in questo percorso che essi impararono a costruire quello stile fraterno che li contraddistinse fino alla morte. Lo fecero spingendosi oltre a quella vita fraterna che allora come oggi era indicata come indispensabile strumento formativo. Diversi membri della classe del ’42 diedero vita infatti ad una particolare forma di fraternità, che ebbe un nome degno d’un film, in grado di far emozionare chi si impegna nella ricerca storica: la Repubblica degli illusi[13]. Scrive in proposito Gherardi:

«alla vigilia del decollo pastorale avevamo costituito un’originale associazione, in cui si era trasfuso lo spirito della nostra classe, con una carica utopica che intendeva reagire alla durezza dei tempi e all’ironia di quanti, esperti del divario fra il progetto e la realtà, ci chiamavano “poveri illusi”. Raccogliemmo la sfida e fondammo, il 5 aprile 1942, giorno di Pasqua, la “società o repubblica degli illusi” […] si abbozzò una struttura organizzativa molto agile basata su nuclei di zona, i “raggi”, che si estendevano a ventaglio, seguendo gli itinerari della nostra diaspora da Bologna alle Romagne […]».[14]

L’intuizione di questi giovani è un tesoro profetico in almeno cinque aspetti. Il primo è la fraternità come risposta alla complessità della realtà. Davanti ad una società in cui vivere e testimoniare il Vangelo è diventato faticoso quanto dare la scalata ad una parete di roccia, ecco la soluzione, per restare in tema di arrampicata: la cordata. La cordata fraterna, come viene definita in una lettera ai raggi di don Luciano Gherardi, è lo strumento con cui «vivere ogni giorno la prima S. Messa: la nostra anima eroica e tormentata non deve invecchiare»[15]. Questo è un «fuoco che va trasmesso in una maniera volante, con tutti i mezzi, dalla bici all’aeroplano, dalla preghiera alla parola, dalla lettera alla circolare … e quando la Provvidenza ci dona i contatti con un nostro fratello sacerdote, dobbiamo sfruttare quei minuti e andare subito a pallino!»[16].

Ecco il secondo elemento: quella «maniera volante, con tutti i mezzi» risuona con particolari suggestioni nel nostro oggi, nell’era digitale nei confronti della quale i credenti si interrogano sul senso dell’umano e sui mezzi dell’annuncio. Che possibilità di mantenere legami fraterni potrebbero offrire quei mezzi ancora lontani dalla comprensione di tanti? Gli illusi del ’42 trovarono lo strumento della circolare, quelli di oggi potrebbero trovare uno strumento per mantenere legami lontani nel tempo e nello spazio nel gruppo di WhatsApp?

Lo sforzo di mantenere vivi i legami costruiti durante il seminario mostra una grande attenzione al vissuto umano, ed è il terzo elemento profetico, che emerge da diversi scritti che sono a disposizione della ricerca.[17] Nel documento sopra citato troviamo il proposito di «amare ogni sacerdote, magari spretato o sfratato, come si ama Cristo» dal momento che «l’apostolato fra i sacerdoti è il più bello»; in un’altra circolare viene scritto che la «fraternità sacerdotale è l’idea madre della nostra cordata fraterna; e allora di fronte a certi sacerdoti: delicatezza, comprensione; non congelare la carità, superare la scorza, reagire positivamente cercando in loro quella bontà inesplosa, che è più profonda e più grande della nostra rivestita da una patina … preziosistica»[18]. Possiamo raccogliere per il nostro vivere due stimoli fondamentali: l’idea che per un pastore il tempo speso per coltivare le relazioni fraterne e le amicizie sia tempo realmente speso nell’apostolato, e lo stare in guardia per non «raffreddare la carità». Quest’affermazione è davvero sbalorditiva per quei tempi in cui la spiritualità correva il rischio di assumere una tonalità cui l’aggettivo fredda calza a pennello; una spiritualità in cui la dimensione emotiva era senz’altro schiacciata da quella intellettuale e razionale. Ed è spunto validissimo per i nostri tempi, in cui si è compresa l’importanza dell’integrazione dei vari aspetti della personalità, sia nella formazione sia nella vita dei consacrati[19]: la spiritualità va vissuta incarnandola in ogni dimensione dell’umano, anche nella sfera dell’affettività, che trova una sua realizzazione potente nell’amicizia.

Il quarto aspetto riguarda la dimensione sovra-localista dell’iniziativa degli illusi, frutto di quella dimensione «regionale» del seminario in cui si formarono. Sarebbe interessante condurre un lavoro di ricerca delle tracce di questi legami nelle chiese romagnole; qui mi limito a riportarne una, scovata nell’omelia che don Sergio Scaccini, omileta riconosciuto della diocesi di Forlì-Bertinoro, tenne in occasione del decimo anniversario della morte di un compagno, don Giovanni Cani. Entrambi furono compagni di classe di don Gherardi, don Fornasini e don Marchioni. Vale la pena riportare la pagina per intero:

«Per capire bene la sua personalità [di don Giovanni Cani] è necessario – credo – andare proprio alla ricerca di queste radici nell’ambiente vivo e fervoroso del nostro Seminario regionale di Bologna, in cui aleggiava uno spirito di corpo tutto particolare, specialmente nella nostra classe: un clima rievocato magistralmente da don Gherardi. Da quelle pagine, che noi non possiamo rileggere senza commozione, esce vivissima l’immagine di una classe come la nostra, di un ambiente nel quale un carattere così vivo come quello di don Giovanni si preparò al sacerdozio. Il suo pensiero era costantemente rivolto al campo di lavoro futuro; rivedo, durante la ricreazione – mentre gli amici si dedicavano a sudate partite di pallone – il suo passeggiare avanti e indietro sotto gli alberi del cortile in compagnia di alcuni di noi. Si parlava sempre di apostolato; ricordo che a me, che scherzosamente cercavo di disilludere dai suoi sogni e dalle sue speranze (nella nostra classe c’era addirittura la cosiddetta “repubblica dei poveri illusi”), don Giovanni ripeteva tutta la sua certezza che il lavoro apostolico avrebbe dato un giorno, i suoi frutti»[20]

È importante comprendere l’opera di pastori ricordati con grande affetto dalle proprie comunità a partire dalle radici della formazione, che come abbiamo detto fu connotata da una arricchente dimensione regionale. Nella già citata circolare di Gherardi del febbraio ’43 troviamo l’esortazione a «sfruttare l’esperienza di tutti vicini e lontani, senza confini di campanile, di cattedrale e di … confine!». Affermazione di grande respiro, allora come oggi, in cui la globalità delle dinamiche sociali ci spinge a lavorare in rete, una rete che sappia essere globale come quella digitale, senza temere i confini ormai stantii di certe nostre istituzioni ecclesiali[21].

Infine il quinto aspetto riguarda la giovane età dei testimoni che ci stanno accompagnando in queste riflessioni. Essi sono uomini[22], sono presbiteri e sono giovani, una categoria che leggiamo alla luce dell’esortazione di papa Francesco: «Non possiamo limitarci a dire che i giovani sono il futuro del mondo: sono il presente, lo stanno arricchendo con il loro contributo»[23]. Tanti degli aspetti che abbiamo visto in questa storia possono essere attribuiti alla giovane età, dal coraggio quasi dissennato alle illusioni di un gruppo di compagni che tentò di sfidare con la propria amicizia lo spazio e il tempo, eppure questo non ha diminuito lo spessore spirituale delle loro figure. La forza della gioventù richiamata anche dalla Scrittura[24] li ha aiutati a camminare nella sequela del Signore Gesù, fino al punto che tutta la comunità cristiana ora li indica come esempi.

Concludiamo tornando su alcune domande fondamentali che ci siamo posti: chi furono gli assassini che compirono il massacro di Montesole? Chi furono quegli uomini, spesso giovanissimi, che divennero alcuni fra i peggiori criminali della Storia? Chi sono costoro, capaci di compiere un male inimmaginabile per le categorie morali della nostra civiltà? Rispondiamo, con Hanna Harendt, individuando l’origine di questa malvagità nell’assenza di pensiero e relazione, che per il credente significa assenza di vita spirituale; se ci interrogassimo invece sull’identità delle vittime e dei testimoni di quelle stragi, spesso giovanissimi come i loro carnefici, dovremo rispondere con la fraternità e l’amicizia[25]. Amicizia non solo come medicina dell’anima[26] di tante persone ferite nella nostra società contemporanea, sempre più immersa in una solitudine mortale per ogni etica, più che in quella solitudine benedetta secondo la Arendt condizione per la vita della coscienza[27]; amicizia che diventa essa stessa atto di resistenza, perché vivere una relazione in cui si riconosce nell’altro il fondamento del proprio esistere è la strada che porta al riconoscimento della voce di Dio, sancendo l’impossibilità che la coscienza si spenga e che la vita interiore si estingua.

Nella notte di Auschwitz come nelle tenebre del Monte Sole è possibile scoprire la luce di uomini e donne che vissero un’alternativa alla violenza totalitaria, tenendo accesa la fiamma della coscienza, della speranza e della fedeltà. Figure che chiamiamo eroi, o che immaginiamo come dotate di una predilezione divina. Ma chi furono? Chi furono don Giovanni e don Ubaldo? Furono amici, e dalla forza di quell’amicizia impararono sempre più cosa significasse fare esperienza del Dio che ci ha chiamati amici[28]; che grazie a quel vincolo fraterno impararono a farsi prossimi alle comunità cui furono mandati; che in forza dell’amore vissuto furono capaci della fedeltà fino alla consegna totale di sé. Saliamo dunque a Montesole, in quello che abbiamo riconosciuto come «il santuario nuovo del nostro tempo»[29], per attingere grazia da un luogo che custodisce enormi profondità spirituali. Fra queste vi è l’invito, antico e sempre nuovo, a impegnare il proprio tempo, le proprie energie fisiche e spirituali, per rinsaldare quei legami che danno senso e pienezza alla nostra vita. Se vissuti alla luce dello Spirito non saranno mai circoli chiusi e asfissianti, ma correnti d’amore, immagini imperfette del mistero del perfetto amore trinitario, sempre accoglienti per chi vi si volesse immergere. Questo sarà attraente per le genti del nostro tempo. Su questo si potrà fondare l’annuncio del Vangelo nel terzo millennio.


[1] Per un’accurata ricostruzione storica degli eventi cfr. Baldissara L. e Pezzino P., Il massacro. Guerra ai civili a Montesole, Il Mulino, Bologna 2009

[2] I. Calvino, Città invisibili, Einaudi, Torino 1972

[3] L. Gherardi, Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno (1898-1944), introduzione di Giuseppe Dossetti, il Mulino, Bologna 1986, p 283.

[4]L. Gherardi, op. cit.

[5] Per l’approfondimento biografico di queste figure rimandiamo all’opera di Gherardi e all’ampia bibliografia in merito, in particolare cfr. Baldassarri A., Risalire a Montesole, introduzione di Daniele Menozzi, Edizioni Zikkaron, Bologna 2019.  

[6] Marchioni Ubaldo a Gherardi Luciano, Monzuno, [s.d.] in AMS (LG) II, 19, a.

[7] G. Luciano, op. cit., p 279.

[8] A. Baldassarri – U. Parente, Far tutto, il più possibile. Biografia documentata di don Giovanni Fornasini, Ziqqaron, Bologna 2021.

[9] L. Gherardi, op. cit., p 316.

[10] Ivi, p 361.

[11] I seminaristi di una stessa classe, ordinati presbiteri nel medesimo anno.

[12] Cfr. L. Gherardi, op. cit.

[13] Cfr. lo statuto del gruppo, in allegato al presente contributo.

[14] Ivi, pp 251-252.

[15] Circolare di don Luciano Gherardi ai compagni dei raggi, Bologna, S.D., pp. 1-2-

[16] Ivi.

[17] Su questo resta da fare ancora un grande lavoro di scoperta e sistemazione.

[18] Gherardi Luciano a don Marino, [s.l.], 2 agosto 1943, in AMS II, 3, c.

[19] Congregazione per il Clero, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalisi Institutionis Sacerdotalis, LEV, Città del Vaticano 2016.

[20] S. Scaccini, Nella comunione dei santi. Omelie e commemorazioni di sacerdoti e laici forlivesi, a cura di S. Gioiello, Centro studi storia religiosa forlivese, quaderno n. 3, Forlì 2002, p 33.

[21] Con questo non si vuole sminuire l’immenso valore della Chiesa diocesana riunita attorno al proprio Vescovo che il Concilio Vaticano II propone in tutta la sua forza (cfr. il capitolo III di Lumen Gentium), quanto più sottolineare come questa dimensione ecclesiale fondante debba condurre alla libera ricerca comune di nuove vie, piuttosto che ad una orgogliosa autoreferenzialità.

[22] Suor Maria Fiori morì all’età di 43 anni, che per l’epoca non si trattava più di piena giovinezza.

[23] Francesco, Christus vivit. Esortazione apostolica post-sinodale ai giovani e a tutto il popolo di Dio, LEV, Città del Vaticano 2019.

[24] Cfr. 1Gv 2,14: Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi e avete vinto il Maligno.

[25] Qui non è stato possibile approfondire i concetti di fraternità e amicizia, su ciò che li accomuna e differenzia, né sul loro ruolo nella teologia e nella spiritualità. Uno spunto interessante è offerto da: D. Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 2002.

[26] Cfr. Sir 6,16.

[27] H. Arendt, op. cit., p 48.

[28] Cfr. Gv 15,15.

[29] L. Gherardi, op. cit., p 450.

Centenario – omelia S. Em. Matteo Zuppi

Ringrazio il Signore per questa casa, la memoria che contiene, compreso chi è già in cielo, chi ha camminato con noi un tratto e che sentiamo tutti uniti a noi. Ringrazio per questo luogo che prepara il futuro. Le generazioni che si susseguono, e che oggi contempliamo fisicamente, ci aiutano a capire quell’affermazione così misteriosa del Vangelo che ci chiede di guardare oggi i campi che biondeggiano quando mancano mesi alla mietitura ed anche a ricordare che raccogliamo sempre dove altri hanno seminato. In realtà è uno solo il seminatore e noi possiamo, per grazia, aiutarlo.

Di questo ringraziamo il Signore pure per la grandezza di questa madre che dobbiamo amare, curare, difendere, cui siamo affidati perché davvero supplet – ahimé quanto – alla nostra debolezza e alle tante mancanze della nostra fragilità. Ma anche non dobbiamo dimenticare che ci è affidata, che dobbiamo ospitarla nelle nostre persone, custodirla nelle nostre comunità, che non diventino club per iniziati, per adulti che vivono per se stessi o bunker che non sanno più essere lievito o hanno paura di annunciare il Vangelo con amore a tutti, che non pensano sia per tutti, che sono più attenti alla regola che al contenuto. Scambiamo la forma con la sostanza, la scorza con il midollo, come se la verità non fosse, come è nella madre stessa che ci ha generato, sempre unita alla nostra concreta vicenda umana. Conservare è sapere trasformare, perché ereditiamo questo luogo con la sua e la nostra storia della quale ringraziamo il Signore, che ci ha portato fino ad oggi, che dobbiamo seminare fino alla fine anzitutto con la nostra vita. Quanti cambiamenti!

Il seme cresce se attende qualcuno, Colui che viene, che è già e non ancora, inizio del futuro senza il quale andiamo avanti ma mediocremente sentendoci qualcuno davvero con poco, ingannando, senza passione, senza pathos, cioè quella sobria ebrezza dello spirito che evocava Papa Benedetto ricordando il Concilio, che molti di noi hanno vissuto e del quale sono figli. Spesso la nostra attesa oggi è segnata dalla delusione, più allentata, senza fretta. Il ricordo qui ci faccia ritrovare l’amore di un tempo, il primo amore che lo Spirito sa rendere nuovo!

Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Non finisce, lo rappresentiamo anche quando facciamo di meno. Tutto per conto di Dio. Solo per conto di Dio, sempre attraverso di noi, ma per Lui e indicando Lui. Per questo rimaniamo nel suo amore. Questa è una casa di comunione, che ci aiuta a comprenderla, a farla nostra, a costruirla, a presiederla e a desiderarla, ad amarla, anche nei suoi inevitabili aspetti faticosi.

Cerchiamo sempre tanti incontri tra noi, anche per non mancarli e restare con l’amarezza che questo comporta ed alla quale non vorremmo abituarci. La Chiesa non è uno spazio di condivisione per persone che hanno il cuore altrove, ma una famiglia che poi ha tante dimore, come la casa del cielo, tra fratelli che hanno un legame profondissimo e decisivo che li unisce. È una comunione umana e spirituale. Se non fosse umana cosa diventerebbe il nostro riferimento spirituale? E viceversa! Riconosciamo nella nostra amicizia la dimensione spirituale che ci supera e che contiene la grazia sovrabbondante di Dio. A volte spaventati per il poco delle nostre persone, per la responsabilità della Chiesa e della Chiesa oggi, ma anche consapevoli che il Signore non farà mai mancare a chi si affida a Lui la sua forza, la sapienza. Comunione significastima e fiducia reciproca, collaborazione, anche obbedienza, legame che ci unisce con il Signore, tra noi, con la Chiesa tutta e con quelle comunità che serviamo e serviremo.

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Una scuola di amore e di gioia. Non da servi, ma da amici. Non si tratta di ripetere, ma di capire, non di accontentarsi di fare, ma di condividere, non solo la lettera, perché serve anche quella, ma lo spirito che è anche la libertà dalla lettera che altrimenti diventa una prigione. È Lui che ci ha scelto. Perché? Perché la nostra vita dia frutto. Non li conosciamo noi. È, come ci disse Papa Francesco, casa di comunione i cui pezzi siamo noi, a cominciare da ciò che ci rende come Maria, per non essere compulsivi e irritati come Marta. Imparare a “stare con Lui”, a conoscere che è Lui il Cristo, saperlo dire non con parole lontane dal linguaggio degli uomini, ma vicine, vitali, attraenti. Siamo credibili se fraterni, non camerateschi, fratelli, e perché siamo fratelli c’è bisogno di paternità e maternità. E non è indifferente aiutarsi nella santità, ben diversa dall’ingannevole perfezione che ci fa credere a posto quando non lo siamo, che spesso nutre giudizi e freddezze, che ha paura dei serpenti e dei veleni, mentre a chi ha un cuore puro e si affida alla provvidenza nulla farà male.

Cento anni! Siamo cambiati. Non guardiamo indietro, avanti. Con fiducia, non per inerzia o custodi di vestigia pure importanti. Ricordiamoci sempre che il nostro sfondo è quello della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS 1). Ci aiuta Fornasini. Promettiamo con lui di sostenerci reciprocamente anche quando la pastorale ci destinerà in luoghi distanti, perché siamo seguaci di Colui che il mondo cieco ha chiamato il più grande illuso della storia. Siamo contro corrente dell’individualismo così desolante.

Non ci lamentiamo dei sacrifici che le contingenze impongono ma le offriamo a Gesù per il bene di tutti. Cerchiamo in qualche modo di alleviare i sacrifici degli altri. Usiamo con tutti i compagni grande carità, esortiamo gli illusi ad usare fra di loro la correzione fraterna, nei limiti che la prudenza consente sempre portando allegria tra i compagni. Ci facciamo promotori di belle iniziative e allegre trovate. Ogni giorno ciascuno riceve da un altro compagno il pensiero e l’impegno che guidano la giornata. I collegamenti di classe rimangono però vivi attraverso una cordata a staffetta costituita di nuclei di zona chiamati “i Raggi”. Ci trasmettiamo il fuoco in una maniera volante, con tutti i mezzi, dalla bici all’aeroplano, dalla preghiera alla parola, dalla lettera alla circolare. Ogni Raggio.

Sì ci sentiamo raggi di questa casa di amore, con le nostre comunità, uniti dalla comunione. E di questo ringraziamo il Signore di essere suoi e lavoratori di questa messe.

Mons. Luigi Bettazzi e il card. Matteo Zuppi
Foto di don Juan Andrés Caniato: Generatio rectorum benedicetur (Ancarani, Rabitti, Scanabissi, Turchini)

Le foto sono state realizzate da Vito Milella