LA LIBERTÀ TRA CIELO E CATENE…

Il 03 maggio abbiamo incontrato don Domenico Cambareri (presbitero bolognese e cappellano all’Istituto penitenziario per minori Pietro Siciliani –BO-) e il diacono Giorgio Pieri (membro dell’Associazione papa Giovanni XXIII e operatore di comunità –RN-).

Don Domenico è stato nominato cappellano del carcere minorile da poco tempo e si sta ambientando in un mondo molto diverso da quello della parrocchia. Questi ragazzi hanno i problemi e i pregi che i ragazzi della loro età hanno -pur vivendo situazioni di vita drammatiche- e se ti considerano affidabile, possono legarsi molto alla figura del prete.  Se in parrocchia si rincorrono i ragazzi tra mille peripezie logistiche, qui sono i ragazzi a cercare in lui un riferimento, un confronto, un orecchio che li ascolti. Questa attrazione è presente anche in coloro che sono musulmani ed è da qui che don Domenico ha intuito alcune cose che papa Francesco spesso dice ed ha capito che il carcere è un termometro, un indicatore dello stato della società. La vita in Istituto è molto organizzata, con la presenza di tanti volontari e vi è un rapporto educatore/ragazzo di 1/5, quando al carcere per adulti Dozza invece il rapporto è 1/70! Questi ragazzi non hanno avuto adulti significativi e quel su cui investire è un collegamento col mondo esterno al carcere, al fine di rendere il carcere un logo di educazione anche per i ragazzi che sono fuori. 

Il diacono Giorgio ha sentito l’attrazione verso i carcerati da giovane ed ha approfondito la sua vocazione all’interno della comunità Papa Giovanni XXIII, mettendosi a servizio come operatore all’interno di comunità, case e strutture che ospitano tali persone. In queste molteplici esperienze è fondamentale non dribblare la questione del male, il suo esserci, il suo influire su di noi… La fatica di lavorare con queste persone è tanta, ma si percepisce che aiutando loro si può toccare anche il male che è in noi. La via per combattere questo ospite inquietante è il bene: innestare il bene amando queste persone, donandosi a loro, specie perché dietro ad ogni persona c’è una biografia familiare povera e inquinata. Come per il carcere minorile, anche in quello per adulti si può avere il termometro dello stato della nostra società attuale. Il metodo adottato da Giorgio è quello detto APAC (Amando il Prossimo Amerai Cristo), poi trasformato in “Associazione per la Protezione e l’Assistenza ai Condannati”. Questo approccio, conosciuto in tutto il mondo, fa fulcro sulla riabilitazione del condannato, sul recupero integrale della persona e il reinserimento nella società.  Questo metodo altamente sistematizzato sembra ridurre il tasso di recidività e quindi costi a carico dello Stato. L’associazione Papa Giovanni XXIII punta alla formazione dei volontari (considerati una fonte anche affettiva e gratuita per queste persone), sulla formazione spirituale di operatori e volontari, sulla convivenza e prossimità intima con queste persone, immettendosi con loro nelle sfide della quotidianità. Dopo un periodo di accoglienza, la persona è invitata a cominciare un cammino di riconciliazione verso sé stessi, passando attraverso la coscientizzazione della propria condotta e del male commesso.  

Essenziale è sempre progettare un inserimento lavorativo a fine pena e l’attivazione di una rete sociale che permette poi all’ex-carcerato di vivere anche quei momenti di gratuità e relazionalità extra-lavorativi (uno dei vulnus maggiori, dato che è la fatica a vivere questi momenti una delle cause incidenti alla recidiva). 

In conclusione per Giorgio è importante anche pacificarsi quando alcuni non rispondono alla proposta: non bisogna arrabbiarsi troppo, non bisogna addossarsi troppo il male. Importante è ricordare che non sono gli operatori gli unici protagonisti del recupero ma si è in rete assistiti dal Signore.