COSA FAREBBE GESÙ AL POSTO MIO?

Cosa farebbe Gesù al posto mio? È la domanda che ha spinto don Giovanni Fornasini a non tirarsi indietro nella sua dedizione di pastore, fino al dono della vita nel martirio durante il tragico Eccidio di Monte Sole (settembre-ottobre 1944). Anche davanti a chi gli consigliava di pensare a salvare sé stesso in quella situazione così drammatica e confusa. Lo stesso avvenne per il confratello don Ubaldo Marchioni e i religiosi don Elia Comini (Salesiano) e padre Martino Capelli (Dehoniano). Sono stati arditi nel non scegliere di restare al sicuro come il loro Arcivescovo aveva loro proposto? Cosa ha reso così pronti dei presbiteri nemmeno trentenni al dono totale della vita fino al martirio?

Queste alcune delle domande che hanno guidato la riflessione che don Angelo Baldassarri ha proposto a noi seminaristi del Seminario Regionale. Originario di Loiano, prete dal 1997, parroco di Santa Rita nel 2013 e da un anno Vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna, don Angelo è dal 1998 a contatto, prima come Vice Postulatore diocesano e poi come Postulatore, con le vicende storiche dei Martiri di Montesole, tre dei quali sono stati beatificati lo scorso 27 settembre. E anche a contatto da allora – ci racconta don Angelo tratteggiando il percorso personale nato dal minuzioso lavoro storico chiesto dalla causa di beatificazione – con le storie di tanti sopravvissuti, testimoni di sofferenza inaudita e poi di un laborioso perdono, per nulla scontato o automatico. Ma tutti concordi nel dire alle nuove generazioni che “dall’odio non viene nulla di buono!”. Tra questi emerge la testimonianza di Antonietta Benni, consacrata che aveva scelto di donare la vita in quelle colline e che, sopravvissuta, resterà per anni l’unico riferimento cristiano per quelle comunità ferite. E quella di Franco Leoni, ostinato prima nel suo odio per i persecutori, e poi gioioso annunciatore che è possibile guarire dal rancore.

Preti giovani, cresciuti in un contesto culturale – quello degli anni ‘20 e ‘30 – dove sembrava regnare l’”obbedienza cieca”, ma abituati dal Padre spirituale don Giuseppe Sarti, a ragionare con la propria testa, a obbedire per amore, a chiedersi ogni volta, con sincerità e un po’ di follia: Cosa farebbe Gesù al posto mio? Abituati anche, fin dal seminario, a sostenersi a vicenda nel cammino vocazionale. Disposizione che culmina nel fondare la “Repubblica degli illusi”: la comunanza di vita di tanti anni di seminario viene scelta da alcuni di loro – don Ubaldo, don Giovanni e anche don Luciano Gherardi – come trampolino per tenersi in contatto e sostenersi anche durante gli anni di ministero. “Traspare – commenta don Angelo – un ideale grande di spendersi per il Signore ma anche il timore di non riuscirci. Il bisogno di sostenersi e incoraggiarsi in questo”. Anche perché questi preti col limite personale ci hanno fatto i conti in profondità, senza mai nasconderlo, ma anzi rendendolo una molla di dedizione agli altri: don Giovanni a lungo tormentato da una malattia che metteva a rischio la possibilità di continuare il seminario; don Ubaldo consapevole di essere inadatto a costruire la Chiesa parrocchiale come gli era chiesto dal suo Arcivescovo, fino a rifiutare la nomina. Coraggiosi nel dire il loro limite, il bisogno di sostenersi a vicenda. Coraggiosi nello spingere il loro ministero fino oltre a quanto molti attorno a loro si “accontentavano” di fare.

Come confrontare la testimonianza di questi martiri esemplari ma lontani nel tempo – don Ubaldo e don Giovanni furono allievi del Seminario Regionale, ordinati nel 1942 – con la nostra attuale formazione e con le sfide del ministero di oggi e del futuro? “Qui dovrebbero parlare i vostri formatori – celia il Vicario generale – Io per origine familiare e per passione mi sento molto vicino alle loro testimonianze e al loro modello di ministero, ma forse sono ormai vecchio!”. E invece alcune piste le traccia e sono molto stimolanti. Primo: tenere ancora oggi viva, concreta, libera da ogni patina agiografica, la domanda di don Giovanni: Cosa farebbe Gesù al posto mio? Quel Gesù che, ad esempio, oggi conosciamo meglio come colui che suscitava attorno a sé corresponsabilità (gli Apostoli, i discepoli, i settantadue). Secondo: quei preti che conoscevano e hanno servito fino alla morte i loro “200 parrocchiani” – in uno stile di ministero oggi non riproducibile – ci possono insegnare a divenire capaci di organizzare ministeri e collaboratori, ma anche ad avere un contatto vivo, una relazione coinvolta con una porzione – “forse la più abbandonata?” si interroga don Angelo – del gregge che ci aspetta. Terzo: quei preti non vivevano da soli! Familiari – spesso dediti alla Parrocchia tanto quanto i sacerdoti -, collaboratori, contadini, convivevano con loro nelle grandi canoniche di montagna.

E noi, abitando alcuni degli stessi luoghi che 80 anni fa videro i momenti decisivi della formazione di questi martiri, dobbiamo ammettere che queste testimonianze e questi interrogativi ci muovono e ci mettono in cammino.