Il mio periodo POSITIVO

Da quanto tempo è che sono in isolamento? Il mio sguardo si posa sulla pila di bicchieroni di carta dentro cui mi portano il thè alla mattina. Ne conto quattro. Quattro giorni. Ho iniziato ad impilare questi bicchieri per la mia fissa personale di organizzare al meglio lo spazio prima di buttare la spazzatura. Adesso questa pila è diventata un simpatico promemoria del tempo trascorso. Perché sia chiaro: in seminario, anche se si è relegati nella propria stanza, non ci si annoia! Complici il wi-fi e il portatile riesco a partecipare alle lezioni e ad alcuni momenti comunitari di condivisione.

Sono fortunato: quando hanno costruito il seminario progettarono delle stanze particolarmente grandi. Ho sistemato il letto in modo tale da creare uno spazio sgombero. Sono dieci passi camminando in tondo. Un piccolo anello che mi consentirà di tenere un minimo di esercizio fisico. Certo, restano comunque dieci passi. Inizio a percorrerli.

Qual è il significato del mio stare qui? Certo c’è il desiderio di prevenire l’infezione per i miei compagni di seminario. Sono tanti anni che condividiamo questo percorso, ed anche se siamo giovani, mal sopporterei l’idea di essere responsabile della loro sofferenza in caso di contagio. Ma è davvero solo una questione di prevenzione? Qual è, oh Dio, l’occasione che mi dai in questo tempo, in questo luogo, in questi dieci passi?

Dalla finestra si vede la città di Bologna: quanta gente, con meno possibilità delle mie, starà soffrendo a causa di questo virus. Tra l’altro anche dei miei amici abitano quaggiù. Una stretta al cuore. Li ricordo nella preghiera. Ricordo tutti nella preghiera. Buon Signore, raggiungili tu, ti prego. Io posso fare poco. Giusto una telefonata per farmi vicino, ma le ansie, le perdite di una persona cara, le cicatrici che ci sono nel cuore… quelle puoi guarirle solo tu! Bussano alla porta…

“Ecco ci sono i garganelli!”. “Grazie!”, rispondo. “Ti lascio la fettina al pepe con le zucchine”. “Grazie!”. “Ti ho riempito le borracce”. “Grazie!” “Lasceresti fuori le tue cose da lavare che ti faccio una lavatrice?”. “Grazie!”. Rispondo prontamente… Quanti “grazie” mi trovo a dire in questo periodo. Si associano a tante azioni quotidiane che non avrei altro modo di fare… non sono autosufficiente ma del resto questa è la mia condizione di positivo al covid 19… o è la mia condizione di uomo? Il ringraziamento nella mia interiorità coinvolge sfumature diverse: a volte anche di ipocrisia, come quando ti ringrazio, ma falsamente, perché tanto me lo dovevi, non mi avresti mai lasciato senza mangiare e la mia parola è poco più di una formalità! Oppure quando ti ringrazio perché così mi sento bravo… del resto lo dice anche il papa che bisogna ringraziare! O infine quando ti ringrazio per farmi a pari con te, del tipo: “ecco ti ho ringraziato, ti ho dato quello che dovevo!”

Ripenso al brano del Vangelo di domenica scorsa: la parabola dei talenti, quella dove c’è il servo che sotterra il suo talento. A pensarci bene ci deve essere qualcosa che fa arrabbiare il padrone… Altrimenti non mi spiego quella reazione dura, con giudizi come “malvagio” e “pigro” di fronte a uno che ti ha appena detto che ha paura della tua persona. C’è qualcosa che scatena la sua ira. “Guarda, ecco il tuo” sarebbe la traduzione dal greco di ciò che dice il servo quando restituisce il talento al padrone. Siamo pari; te lo rendo. È uno che non ha motivi per ringraziare. Ha fatto quello che doveva, ed ora si sente a posto. Non si è reso conto di quello che aveva tra le mani: un tesoro affidato a lui. In quel talento, il volto di un altro che l’aveva guardato e giudicato capace di investire e fruttificare quel bene prezioso. Il ringraziamento autentico può partire solo dalla resa delle mie pretese. Notando che c’è un altro da me. Non è un prolungamento di me. È un altro. Che ha scelto, pur potendo fare diversamente, di esserci ed esserci per me. È questo il talento preziosissimo che mi ritrovo tra le mani in questo periodo… Trovarmi guardato da un altro che mi riconosce e mi guarda come importante. Ecco come mi sono sentito in questi giorni di convalescenza: prezioso. Prezioso per una comunità che ha continuato a comunicarmi vita, calore e affetto… anche attraverso una porta. Perché da quella porta lì arriva tutto, mi fa da cordone ombelicale: arriva il cibo, l’acqua, le chiacchierate, i rumori, le bussate, il Santissimo.

Signore dammi di poter ringraziare di cuore, per ciò che vorrai continuare a donarmi attraverso questa porta… e non solo! Dammi di non seppellire e restituire così com’è il talento che mi ritrovo ora per le mani: la preziosità dell’altro.

Torno a percorrere i miei dieci passi… mi sembrano molto più leggeri!

Simone e Riccardo