Centenario – omelia S. Em. Matteo Zuppi

Ringrazio il Signore per questa casa, la memoria che contiene, compreso chi è già in cielo, chi ha camminato con noi un tratto e che sentiamo tutti uniti a noi. Ringrazio per questo luogo che prepara il futuro. Le generazioni che si susseguono, e che oggi contempliamo fisicamente, ci aiutano a capire quell’affermazione così misteriosa del Vangelo che ci chiede di guardare oggi i campi che biondeggiano quando mancano mesi alla mietitura ed anche a ricordare che raccogliamo sempre dove altri hanno seminato. In realtà è uno solo il seminatore e noi possiamo, per grazia, aiutarlo.

Di questo ringraziamo il Signore pure per la grandezza di questa madre che dobbiamo amare, curare, difendere, cui siamo affidati perché davvero supplet – ahimé quanto – alla nostra debolezza e alle tante mancanze della nostra fragilità. Ma anche non dobbiamo dimenticare che ci è affidata, che dobbiamo ospitarla nelle nostre persone, custodirla nelle nostre comunità, che non diventino club per iniziati, per adulti che vivono per se stessi o bunker che non sanno più essere lievito o hanno paura di annunciare il Vangelo con amore a tutti, che non pensano sia per tutti, che sono più attenti alla regola che al contenuto. Scambiamo la forma con la sostanza, la scorza con il midollo, come se la verità non fosse, come è nella madre stessa che ci ha generato, sempre unita alla nostra concreta vicenda umana. Conservare è sapere trasformare, perché ereditiamo questo luogo con la sua e la nostra storia della quale ringraziamo il Signore, che ci ha portato fino ad oggi, che dobbiamo seminare fino alla fine anzitutto con la nostra vita. Quanti cambiamenti!

Il seme cresce se attende qualcuno, Colui che viene, che è già e non ancora, inizio del futuro senza il quale andiamo avanti ma mediocremente sentendoci qualcuno davvero con poco, ingannando, senza passione, senza pathos, cioè quella sobria ebrezza dello spirito che evocava Papa Benedetto ricordando il Concilio, che molti di noi hanno vissuto e del quale sono figli. Spesso la nostra attesa oggi è segnata dalla delusione, più allentata, senza fretta. Il ricordo qui ci faccia ritrovare l’amore di un tempo, il primo amore che lo Spirito sa rendere nuovo!

Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Non finisce, lo rappresentiamo anche quando facciamo di meno. Tutto per conto di Dio. Solo per conto di Dio, sempre attraverso di noi, ma per Lui e indicando Lui. Per questo rimaniamo nel suo amore. Questa è una casa di comunione, che ci aiuta a comprenderla, a farla nostra, a costruirla, a presiederla e a desiderarla, ad amarla, anche nei suoi inevitabili aspetti faticosi.

Cerchiamo sempre tanti incontri tra noi, anche per non mancarli e restare con l’amarezza che questo comporta ed alla quale non vorremmo abituarci. La Chiesa non è uno spazio di condivisione per persone che hanno il cuore altrove, ma una famiglia che poi ha tante dimore, come la casa del cielo, tra fratelli che hanno un legame profondissimo e decisivo che li unisce. È una comunione umana e spirituale. Se non fosse umana cosa diventerebbe il nostro riferimento spirituale? E viceversa! Riconosciamo nella nostra amicizia la dimensione spirituale che ci supera e che contiene la grazia sovrabbondante di Dio. A volte spaventati per il poco delle nostre persone, per la responsabilità della Chiesa e della Chiesa oggi, ma anche consapevoli che il Signore non farà mai mancare a chi si affida a Lui la sua forza, la sapienza. Comunione significastima e fiducia reciproca, collaborazione, anche obbedienza, legame che ci unisce con il Signore, tra noi, con la Chiesa tutta e con quelle comunità che serviamo e serviremo.

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Una scuola di amore e di gioia. Non da servi, ma da amici. Non si tratta di ripetere, ma di capire, non di accontentarsi di fare, ma di condividere, non solo la lettera, perché serve anche quella, ma lo spirito che è anche la libertà dalla lettera che altrimenti diventa una prigione. È Lui che ci ha scelto. Perché? Perché la nostra vita dia frutto. Non li conosciamo noi. È, come ci disse Papa Francesco, casa di comunione i cui pezzi siamo noi, a cominciare da ciò che ci rende come Maria, per non essere compulsivi e irritati come Marta. Imparare a “stare con Lui”, a conoscere che è Lui il Cristo, saperlo dire non con parole lontane dal linguaggio degli uomini, ma vicine, vitali, attraenti. Siamo credibili se fraterni, non camerateschi, fratelli, e perché siamo fratelli c’è bisogno di paternità e maternità. E non è indifferente aiutarsi nella santità, ben diversa dall’ingannevole perfezione che ci fa credere a posto quando non lo siamo, che spesso nutre giudizi e freddezze, che ha paura dei serpenti e dei veleni, mentre a chi ha un cuore puro e si affida alla provvidenza nulla farà male.

Cento anni! Siamo cambiati. Non guardiamo indietro, avanti. Con fiducia, non per inerzia o custodi di vestigia pure importanti. Ricordiamoci sempre che il nostro sfondo è quello della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS 1). Ci aiuta Fornasini. Promettiamo con lui di sostenerci reciprocamente anche quando la pastorale ci destinerà in luoghi distanti, perché siamo seguaci di Colui che il mondo cieco ha chiamato il più grande illuso della storia. Siamo contro corrente dell’individualismo così desolante.

Non ci lamentiamo dei sacrifici che le contingenze impongono ma le offriamo a Gesù per il bene di tutti. Cerchiamo in qualche modo di alleviare i sacrifici degli altri. Usiamo con tutti i compagni grande carità, esortiamo gli illusi ad usare fra di loro la correzione fraterna, nei limiti che la prudenza consente sempre portando allegria tra i compagni. Ci facciamo promotori di belle iniziative e allegre trovate. Ogni giorno ciascuno riceve da un altro compagno il pensiero e l’impegno che guidano la giornata. I collegamenti di classe rimangono però vivi attraverso una cordata a staffetta costituita di nuclei di zona chiamati “i Raggi”. Ci trasmettiamo il fuoco in una maniera volante, con tutti i mezzi, dalla bici all’aeroplano, dalla preghiera alla parola, dalla lettera alla circolare. Ogni Raggio.

Sì ci sentiamo raggi di questa casa di amore, con le nostre comunità, uniti dalla comunione. E di questo ringraziamo il Signore di essere suoi e lavoratori di questa messe.

Mons. Luigi Bettazzi e il card. Matteo Zuppi
Foto di don Juan Andrés Caniato: Generatio rectorum benedicetur (Ancarani, Rabitti, Scanabissi, Turchini)

Le foto sono state realizzate da Vito Milella