Due volti della gratuità

Ho svolto servizio presso la Caritas diocesana di Cesena. Sono stati pochi giorni ma ho sentito che le provocazioni che il Signore mi ha lanciato sono state diverse.
Sicuramente l’accoglienza di un’équipe ben impastata mi ha aiutato a rompere alcune paure che all’inizio di ogni novità mi colgono: c’è stata apertura, curiosità reciproca ed ho notato da subito un’attenzione anche nei miei confronti.
Ho conosciuto le varie sfaccettature del servizio: davvero un mondo variegato che spazia dall’accoglienza nei centri di ascolto, all’assistenza legale delle persone senza fissa dimora; dall’offerta di dormitori stanziati localmente al servizio mensa per i poveri; dalla preparazione di alcuni pacchi alimentari all’accompagnamento nell’inserimento lavorativo; dallo smistamento di vestiario alla presenza di alcune strutture residenziali in cui si accolgono i più bisognosi. In questa “full immersion” ho potuto sciogliere la varietà di un mondo che troppo spesso è relegato ad alcuni stereotipi idealistici o pessimistici. Ho capito che la persona non è solo degna di ricevere un aiuto in senso assistenziale ma è colei che va certamente ascoltata e con la quale occorre pensare, impostare e incarnare un progetto educativo per l’acquisizione delle autonomie e per l’integrazione nel micro e macro contesto sociale. La tensione tra assistenza ed educazione è costitutiva del progetto pastorale della Caritas e quindi non manca mai la sensibilizzazione e l’armonizzazione -secondo principio di sussidiarietà- delle diverse realtà territoriali come parrocchie, enti locali, cooperative, associazioni e movimenti di ispirazione cristiana e non.
Il Signore mi ha affiancato a persone dalle grande qualità umana e dalla capacità di tenere insieme una certa competenza professionale -che non deve mai mancare a chi è impegnato nel mondo del sociale- e un’attenzione globale alla lettura dei bisogni della persona considerata in tutte le sue dimensioni, anche quella spirituale. Ho potuto comprendere quanto sia importante non limitarsi ai meri “compiti d’ufficio” ma saper anche intuire spazi più creativi nell’accoglienza e nel rapporto con chi presenta determinati bisogni o chi invece quei bisogni ancora non li accetta per paura o per vergogna. Ho colto quindi la gratuità come modus operandi anche in chi di fatto è stipendiato. La speranza che poi da il ritmo e il senso alla quotidianità della Caritas è sempre il confronto con la persona ed il modello di Gesù buon pastore, vero maestro e padre misericordioso: mai eliminando la tensione tra queste diverse dimensioni di un Dio che è amore. Enrico Venturi / Cesena-Sarsina

Ho vissuto la mia settimana di pastorale tra la parrocchia di servizio e qualche passaggio dalla casa dei miei genitori… fino a qui niente di speciale. Se dovessi trovare qualche parola che caratterizzi quei giorni, direi la gratuità, il regalo ricevuto in alcuni incontri.
Gratuità, regalo, dono sono parole usate di frequente che dicono la sorpresa, il pensiero di un altro nei miei confronti che si concretizza, che «diventa ciccia» in tempo, oggetti, cura, attenzioni. Il punto che intendo sottolineare, perché lo riconosco in me, è quando questa gratuità non è riconosciuta, quando il dono è dissolto dallo scambio, dal pensiero che mi sia dovuta perché io sono bravo, perché sono seminarista, perché quella persona me lo deve per il ruolo che ha. Provo a tratteggiare qualche incontro…
È stato molto bella la mattina trascorsa a pescare con l’ex parroco della mia parrocchia di servizio. Sarà che era qualcosa che esulava dalle cose che immaginavo che un prete può fare assieme ad un seminarista. Mi ha dato proprio il sapore di normalità di vita, di passione verso un hobby “umano”, di trascorrere una mattina insieme, con silenzi sereni, non imbarazzanti. Ed ho pescato anche 4 trote!!
Ricordo con piacere l’invito di un amico che mi ha accolto con una squisita cenetta da lui preparata nella sua nuova casa e nella sua nuova pagina di vita che sta intraprendendo. Anche questo incontro sapeva di regalo, sia per la semplicità che per il dono che è stato il semplice trascorrere tempo insieme.
Chiudo prendendo in prestito le parole di un filosofo contemporaneo incontrato nello svolgimento della mia tesi, Jean-Luc Marion che afferma come «il dono può essere ricevuto solo se dona se stesso, altrimenti non meriterebbe più questo nome». Ovvero un dono, un regalo, che ricevo, affinché lo possa ricevere come dono, lo devo ri-donare. Se sono il finelinea di un qualcosa che chiamo dono, bè… lo faccio morire come dono ed esso muore con me. Solo il ri-donarlo mi permette davvero di riceverlo! Aiutami Signore in questa quaresima a ridonare… per accogliere quanto donato da Te. Riccardo Bacchilega / Imola